I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 4 gennaio 2017

La mezza bufala NATO del senatore Domenico Scilipoti

Nei giorni scorsi accreditati organi di stampa e social network hanno dato ampio risalto a una nota a firma del senatore di Forza Italia Domenico Scilipoti su una sua “prestigiosa nomina” a “vice-presidente della commissione Scienze, tecnologie e sicurezza della Nato”, nonché a “membro titolare della rappresentanza parlamentare Nato-Ucraina, che si occupa della delicata situazione nella regione del Donbass, al confine con la Russia”.
Nel glorificarsi di tanti onerosi incarichi, il parlamentare originario di Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore (provincia di Messina) è scivolato in un infelice paragone con il potente ministro degli esteri Gaetano Martino, massone, liberale e iperliberista, artefice del Trattato di Roma del 1957 e di soffocanti alleanze diplomatiche tra l’Italia e i circoli ultraconservatori degli Stati Uniti d’America. “Scilipoti riporta il nome di Messina e della sua provincia a sessant’anni dalla nomina di Gaetano Martino a capo del comitato dei tre saggi, che fu formato anche dai ministri degli esteri della Norvegia e del Canada, affinché redigessero il rapporto sui compiti dell’Alleanza Atlantica”, riportano diverse testate. “Sono orgoglioso di rappresentare l’Italia in un così prestigioso palcoscenico istituzionale, ha commentato Scilipoti. La responsabilità di un incarico internazionale in un momento così delicato per gli equilibri geopolitici mi motiva molto e rende il mio impegno politico ancora più appassionato. Il nostro Paese ha già fatto tanto ma deve poter fare ancora di più nella lotta al terrorismo, portando anzi i valori cristiani a fondamento del dialogo con tutte le parti interessate”.
In verità, stavolta, il parlamentare medico barcellonese e/o tanti e troppi organi di stampa “amici” e smemorati l’hanno sparata grossa. Innanzitutto un gran torto di memoria è stato fatto alla figura dell’ambasciatore messinese Francesco Paolo Fulci, cavaliere d’onore e devozione del Sovrano Militare ordine di Malta e già segretario generale del CESIS (il Comitato dei servizi segreti), che presso il comando NATO di Bruxelles ha ricoperto dal 1985 al 1991 l’incarico di rappresentante diplomatico italiano.
Le nomine vantate da Scilipoti non sono poi di marca NATO, come si potrebbe intendere erroneamente dalla lettura delle note diffuse, ma più esattamente sono ascrivibili all’Assemblea parlamentare della NATO, “punto di raccordo tra le istanze governative che operano in seno all’Alleanza atlantica ed i Parlamenti nazionali dei 28 paesi membri”, come si evince dalla pagina web dell’organismo interparlamentare pro-alleanza.
Domenico Scilipoti è membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO dal 4 luglio 2013 insieme ad altri nove deputati e otto senatori, nominati dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, su designazione dei rispettivi Gruppi parlamentari. Per la cronaca, con Scilipoti fanno parte della delegazione italiana il presidente on. Andrea Manciulli (Pd), i senatori Lorenzo Battista e Franco Panizza (Svp-Psi), Cristina De Pietro (Verdi), Emilio Migliavacca e Vito Vattuone (Pd), Emilio Floris (FI), Luciano Uras (gruppo Misto), Raffaele Volpi (Lega Nord); i deputati Paolo Alli e Andrea Causin (Ncd), Bruno Censore, Andrea Martella e Roberto Morassut (Pd), Luca Frusone (M5S), Michele Piras (SI-Sel) e Valentino Valentini (FI). Nomi quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico e ai media quelli della pattuglia italica presso l’Assemblea parlamentare NATO.
Obiettivi principali del forum internazionale del tutto (auto)rappresentativo sono “favorire il dialogo parlamentare sulle principali tematiche della sicurezza; facilitare la consapevolezza e la comprensione, a livello parlamentare, delle questioni chiave dell’Alleanza in materia di sicurezza; rafforzare le relazioni transatlantiche”. “Dal 1989 si sono andati aggiungendo alcuni nuovi e decisivi obiettivi”, spiega l’ufficio stampa dell’Assemblea parlamentare. “Assistere lo sviluppo della democrazia parlamentare nell’area euroatlantica, attraverso l’integrazione dei parlamentari dei paesi non membri nei lavori dell’Assemblea; assistere da vicino i Parlamenti che desiderano aderire all’Alleanza; incrementare la cooperazione con i paesi che, pur non volendo aderire all’Alleanza, sono comunque interessati a creare dei legami stabili con essa (fra questi i paesi del Caucaso e della regione mediterranea o del Golfo); promuovere lo sviluppo dei meccanismi parlamentari e delle procedure necessarie a realizzare un efficace controllo democratico sulle forze armate”.
Le attività dell’Assemblea si articolano in cinque Commissioni: Dimensione civile della sicurezza, Difesa e sicurezza, Economica e sicurezza, Politica, Scienza e Tecnologia (di quest’ultima è divenuto vice-presidente il sen. Scilipoti). L’Assemblea NATO si riunisce in sede plenaria solo due volte l’anno, generalmente a maggio e in autunno, tra ottobre e novembre, per adottare raccomandazioni, risoluzioni, pareri e direttive da trasmettere poi ai Governi, ai Parlamenti nazionali e al Segretario Generale della NATO. Il costo dell’assise filo-atlantica è imponente: circa 3,8 milioni di euro all’anno, erogati direttamente dai parlamenti o dai governi nazionali secondo quote proporzionali a quelle della partecipazione di ciascun paese al bilancio civile dell’Alleanza Atlantica. L’Italia contribuisce annualmente alla vita dell’Assemblea parlamentare con quasi 350.000 euro, a cui si aggiungono le spese per gli eventi e le riunioni delle commissioni ospitate nel nostro paese e il pagamento di tutte le “missioni” dei parlamentari italiani all’estero. Non servirà certamente a nulla il Parlamentino internazionale filo-NATO ma perlomeno dà lustro e vacanze a qualche mediocre politico nostrano.

giovedì 29 dicembre 2016

Gentiloni: da pacifista militante a finanziatore di dittatori e guerre

Paolo Gentiloni l’ha spuntata: il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sostituisce l’amico fraterno Renzi alla Presidenza del consiglio. Da quando circolava con sempre più insistenza il suo nome, un ricordo sfocato mi è tornato alla mente. Correva l’autunno 1983 e a Roma si era conclusa da poco una delle più grandi manifestazioni per la pace della storia italiana. Un milione di persone per dire No ai missili nucleari Nato-Usa in Sicilia. Poi i sit-in di fronte al Parlamento duramente repressi dalle forze dell’ordine. Con alcuni dei componenti del Comitato XXIV ottobre ci si vede a cena in un signorile appartamento del centro. Tra gli ospiti, schivo e austero, c’era il giornalista Gentiloni, una breve e invidiata esperienza nel movimento studentesco di Mario Capanna, in procinto di assumere la direzione de La nuova ecologia, il periodico di Legambiente ideato con Chicco Testa ed Ermete Realacci che, non vorrei sbagliare, quella sera erano con noi pacifisti e antinucleari. Le evoluzioni o involuzioni del trio legambientalista sono note: Testa volò alla presidenza del Cda di Enel che contribuì a privatizzare; Realacci è oggi presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati, anch’egli in quota Giglio-Renzi, mentre il nobile di origini Gentiloni è incoronato Capo di governo.
Che differenze enormi tra il Gentiloni No war e No Nuke e il Gentiloni Pd. Ad agosto a Washington con l’amica-sorella-compagna Roberta Pinotti, molto probabilmente riconfermata ministra della difesa, offre agli Usa il consenso all’utilizzo della base di Sigonella per gli attacchi in Libia con i droni armati. Ai giornalisti Gentiloni spiega che “l’utilizzo delle basi italiane non richiede una specifica comunicazione al parlamento”. Così oltre a Sigonella, dall’hub aeroportuale di Pisa possono decollare gli aerei C-130 dell’US Air Force per trasportare armi e materiali militari in Libia e ai paesi nordafricani e mediorientali partner della campagna contro il “terrorismo internazionale”.
Alleati con cui Gentiloni (con Renzi e Pinotti) rafforzerà legami e affari, anche in nome e per conto del complesso militare industriale nazionale. La Libia innanzitutto, il cui fragile governo continua ad essere riconosciuto aldilà del Mediterraneo ma non in loco. O il Sultanato dell’Oman ad esempio, considerato dal ministro Gentiloni uno degli interlocutori privilegiati sul piano politico ed economico con cui discorrere sulle guerre in Iraq, Libia, Yemen e Ucraina. Ma soprattutto l’Arabia saudita, impegnata in un’escalation di morte in Yemen, grazie alle bombe e ai cacciabombardieri acquistati in Italia in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e l’assenso dell’uomo guida del ministero degli affari esteri.
Gentiloni ministro non ha perso occasione di far visita e farsi fotografare accanto ai generali in missione di guerra all’estero: a Mosul dove fanno la guardia alle imprese impegnate nella realizzazione di dighe dal controverso impatto socio-ambientale; a Kabul ed Herat dove operano con il Comando delle operazioni Nato in Aghanistan; in Libiano con le forze Unifil. A Roma Gentiloni ha ricevuto invece il Primo Ministro della Repubblica Federale di Somalia, Omar Abdirashid Ali Shamarke, accompagnato dai principali ministri del suo governo e dai manager di Confindustria Assafrica e Mediterraneo. Una visita, quella dei leader somali, conclusasi con un lauto assegno italiano: 21 milioni di euro in “aiuti alla cooperazione”, 7 in più di quanto era stato ricevuto l’anno prima.
Il 26 e 27 maggio a Taormina si terrà il vertice G7. A scegliere la località turistica siciliana era stato Matteo Renzi, ma una maledizione sembra dover mietere vittime una dopo l’altro tra i Potenti della terra. Sarà allora Gentiloni a dover fare da padrone di casa. “A Taormina si discuterà, tra le altre cose, delle situazioni di crisi a livello internazionale, soprattutto nel Mediterraneo e nel Medio Oriente e del problema della migrazione e dei profughi”, ha fatto sapere qualche mese fa Gentiloni. Quello di legare insieme guerre, migrazioni e aiuti è un chiodo fisso dell’(ex) ministro degli affari esteri. A maggio, recandosi a Tunisi, Gentiloni ha rafforzato la partnership con il governo nordafricano grazie agli aiuti militari e ad alcuni progetti strategici come ad esempio il “cavo di interconnessione elettrica Elmed”. In agosto è stata la volta della Nigeria per implementare con le autorità locali il famigerato “migration compact”, il piano elaborato in ambito Ue per impedire – anche manu militari – che i migranti provenienti dall’Africa occidentale raggiungano le coste del Mediterraneo per tentare la traversata verso il sud Italia. Solo qualche mese prima, Renzi e il capo della polizia Alessandro Pansa avevano firmato in Nigeria un accordo di cooperazione tra i due paesi per la “lotta al traffico di esseri umani” con tanto di “collaborazione reciproca anche per i rimpatri dei nigeriani che non hanno diritto a restare in Italia”.
Per portare a compimento la strategia del “migration compact”, del controllo delle frontiere europee del respingimento-deportazione dei migranti, Gentiloni si è recato a novembre in Niger, Mali e Senegal, in compagnia del Commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. In particolare in Niger si è fatto un passo avanti per istituire veri e propri lager-hub dove concentrare i migranti in transito nel Sahara, in attesa che l’Ue valuti le loro domande d’asilo. Anche grazie a Gentiloni ministro, i confini della fortezza Europa hanno varcato il mare per insediarsi nel deserto africano.

Articolo pubblicato in Africa ExPress l’11 dicembre 2016, http://www.africa-express.info/2016/12/11/gentiloni-da-pacifista-militante-finanziatore-di-dittatori-e-guerre/ 

La Prefettura di Messina pubblica un nuovo avviso per individuare “urgentemente” strutture da adibire a centri di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati

Dopo il fallimento generalizzato delle politiche emergenziali di "accoglienza" dei minori stranieri non accompagnati (già più di 650 in 10 centri solo nella città di Messina); lo scandalo con tanto di inchiesta penale della malaccoglienza nel comune di Fondachelli Fantina (narrata per mesi come "pratica modello"); la vergogna della riconversione delle strutture lager della Tendopoli del Palanebiolo e della ex Caserma di Bisconte in Centri per soli minori stranieri non accompagnati; l'affarismo e le clientele elettorali e lavorative fomentati dall'assenza di programmazioni reali, attività di coordinamento e controllo da parte di Prefettura e Amministrazioni comunali (tutto ad esclusivo beneficio di imprenditori e pseudocoop, alcune delle quali perfino sotto indagine), la Prefettura di Messina ha pubblicato in data odierna un nuovo avviso pubblico per individuare con "urgenza" nuove "strutture temporanee" da adibire a “centri di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati”.
Continua in: http://www.stampalibera.it/2016/12/23/la-prefettura-di-messina-pubblica-un-nuovo-avviso-pubblico-per-individuare-urgentemente-nuove-strutture-da-adibire-a-centri-di-prima-accoglienza-per-minori-stranieri-non-accompagnati/
Cioè, tutto resta come prima e i gravi errori e le violazioni commesse in questi anni contro centinaia di adolescenti in fuga da guerre, fame e crimini socio-ambientali non fossero mai accaduti.
L’Importo a base di gara è di 45 euro compresa IVA, pro-capite/pro-die.
Requisiti generali richiesti per candidarsi, l’iscrizione, per l’attività oggetto dei suddetti servizi, al registro delle imprese della C.C.I.A.A.; tuttvia anche i soggetti non tenuti all'obbligo di iscrizione potranno concorrere con la sola autocertificazione del legale rappresentante con la quale si dichiara “l'insussistenza del suddetto obbligo di iscrizione”.
La Prefettura di Messina si avvarrà per il nuovo programma delle Circolari del Ministero dell’Interno, n. 12362 del 2/8/2016 e n. 13058 del 23/8/2016, “con le quali sono state emanate specifiche disposizioni in ordine alle modalità di attivazione delle suddette strutture ricettive temporanee, anche in deroga alla normativa regionale”. Cioè ribaltando il principio della gerarchia delle fonti giuridiche, una circolare redatta da un burocrate del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero può annullare i contenuti di una legge approvata da un Parlamento regionale.
Grazie alla logica delle “deroghe” via circolari, Prefettura di Messina e Assessorato ai servizi sociali del Comune di Messina hanno giustificato affidamenti diretti a cooperative nate dal nulla e con finalità di assistenza ben diverse di quelle a favore di minori e adolescenti, chiudendo inoltre due occhi sul non rispetto degli standard e i requisiti infrastrutturali e sulle norme e i requisiti previsti dalle normative regionali a tutela e protezione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 23 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/23/la-prefettura-di-messina-pubblica-un-nuovo-avviso-pubblico-per-individuare-urgentemente-nuove-strutture-da-adibire-a-centri-di-prima-accoglienza-per-minori-stranieri-non-accompagnati/ 

Quei minori stranieri nell’inferno del Palanebiolo, la tendopoli della vergogna

Fango, fango e solo fango. Dopo le violente piogge di oggi, si presenta così la tendopoli realizzata nell’ex campo di baseball del Palanebiolo (Annunziata) di Messina, per la “prima accoglienza” dei migranti giunti in Sicilia e da alcune settimane convertita del tutto arbitrariamente a centro per minori stranieri non accompagnati. Sono una novantina circa i giovani minorenni (tra essi pure una decina di ragazze) costretti a vivere in condizioni disumane, lottando quotidianamente contro il freddo, l’acqua, l’inedia e l’incapacità dello stato italiano di rispettare le leggi internazionali e riconoscere solidarietà e dignità piena a chi sfugge da guerre, carestie, crimini socio-ambientali, la coscrizione obbligatoria.
E continua ormai da oltre tre anni lo scandalo di questa Tendopoli. Dal novembre del 2013 le persone “ospiti” del centro prefettizio subiscono ad ogni inverno gli allagamenti ad ogni pioggia. Questo perché il campo in cui sono state installate le 32 tende, messo a disposizione dall’Università degli Studi di Messina, è per sua conformazione portato ad allagarsi, soprattutto sulla parte lato mare. Un “difetto” già rilevato nell’ispezione dei Vigili del Fuoco svolta prima della creazione della tendopoli.
Dal 1° dicembre la struttura del Palanebiolo è gestita ancora una volta dalla cooperativa Senis Hospes di Senise (Potenza) congiuntamente alla coop socia-sorella Domus Caritatis di Roma. Le due coop hanno fatta man bassa di centri di prima accoglienza, CARA, CIE e SPRAR in tutta Italia e solo a Messina controllano con fatturati di milioni di euro oltre il lager del Palanebiolo anche l’(ex) caserma di “Bisconte, anch’essa arbitrariamente e illegittimamente convertita in struttara per soli minori stranieri non accompagnati (circa200), il centro “Ahmed” convenzionato con l’Amministrazione comunale di Messina nonostante non risponda ai requisiti di legge regionali, altre piccole strutture per minori sparsi nel Comune e buona parte del progetto Sprar (valore un milione e 600mila euro) che sempre il Comune di Messina ha ottenuto dal Ministero degli Interno qualche mese fa.
Da Trieste a Pozzallo il duo Senis Hospes e Domus Caritatis ha sollevato preoccupazioni degli organi di stampa, indagini giudiziarie e anche qualche ispezione ministeriale. A Messina invece, nulla di tutto questo e in Prefettura, Questura, Università, Palazzo Zanca e Tribunali fanno tutti finta di non vedere e non sentire ma soprattutto tacciono, tacciono, tacciono.
Dai dati ufficiali, sono già 650 i minori stranieri non accompagnati “ospiti” nella sola città di Messina, un numero irresponsabilmente elevato che risponde evidentemente a sole logiche clientelari-affaristiche e non certo agli interessi e ai diritti dei giovani migranti, quasi la metà di essi semi-reclusi nelle tende dell’Annunziata o in  tre orribili stanzoni della caserma di Bisconte dove i letti a castello sono attaccati l’uno all’altro e i servizi igienico-sanitari nettamente insufficienti o deficitari.
A Natale, se Gesù nascerà in una grotta, molti di questi adolescenti lo passeranno nel fango. Dopo duemila anni, per i diritti dell’infanzia, evidentemente, nulla è cambiato...

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 20 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/20/messina-le-foto-shock-quei-minori-nellinferno-del-palanebiolo/

Marco Minniti, il ministro USA-NATO che tanto amava il Ponte sullo Stretto

A chi ritiene che il governo Gentiloni sia la fotocopia di quello Renzi, diciamo che No, non è così. E' 10, 100 volte peggio. Anche e soprattutto perchè a ministro degli Interni viene promosso il sottosegretario Domenico Minniti più inteso Marco, controverso politico calabrese, ultrafiloatlantico e ultra USA e ultraNato, stratega d'intelligence e servizi segreti e intimo del complesso militare industriale e finanziario transnazionale. Di certo a guidare le forze dell'(dis)ordine e la repressione di Stato, sono certo, rimpiangeremo il "mite" Angelino Alfano.
Noi Minniti lo ricordiamo così:
- come fondatore della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), il "centro di analisi ed elaborazione culturale che intende trattare in modo innovativo i temi della sicurezza, della difesa e dell'intelligence" di cui è stato Presidente onorario sino alla morte l'ex Presidente della repubblica filogolpe Francesco Cossiga;
- come sponsor-ultrà a Roma come a Washington dei famigerati cacciabombardieri F35.e della holding produttrice, Lockheed Martin, ideatrice e produttrice del MUOS di Niscemi;
- come instancabile promotore e sostenitore del Ponte sullo Stretto di Messina. Da "I Padrini del Ponte" che pubblicammo per Alegre edizioni nel 2010: Per ottenere le risorse necessarie a rimettere in moto il vecchio carrozzone della Stretto di Messina Spa, l’allora presidente Nino Calarco bussò alle porte dei palazzi romani. Nel corso di un’indagine della procura di Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che vedeva coinvolti politici, amministratori dell’Asl ed affiliati alle ‘ndrine locali, il caporedattore della Gazzetta del Sud, Paolo Pollichieni, fu intercettato, il 30 luglio 1999, mentre a Scilla, in compagnia del politico Marco Minniti (al tempo sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, poi viceministro degli Interni nel secondo governo Prodi e oggi segretario del Partito democratico in Calabria), raggiungeva telefonicamente il Calarco. "Sono qui con Marco e la voleva salutare", riferiva Pollicheni. Passato il cellulare a Minniti, il presidente della Stretto Spa nonché direttore della Gazzetta si rivolgeva al politico: "Senti una cosa... l'unica potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto del bando non c'è!". Il bando, in questione, era quello per il finanziamento della società concessionaria del Ponte, che Nino Calarco vorrebbe acquisita dall’ANAS. Nel corso della stessa telefonata, Calarco spiegava di aver parlato della cosa direttamente con il presidente del consiglio. "E con Giuliano Amato come è andata?", gli chiedeva Marco Minniti. "Favoloso, favoloso", rispondeva Calarco. "Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la società perché non ho più una lira! Non è che è una grossa cifra... 4... 5 miliardi". 
Alla fine il governo trovò i soldi, ripartirono stime e progetti e il nuovo corso pro-Ponte conquistò l’attenzione dei mass media di regime e di certa imprenditoria assetata di commesse.
Ci rivedremo a Taormina il 26 e 27 maggio, caro Domenico Minniti inteso Marco...
Articolo pubblicato il 13 dicembre 2016

mercoledì 28 dicembre 2016

Coop bianche e rosse e l’affaire migranti dalla Puglia allo Stretto di Messina

“Sette giorni all'inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato”. Lo scorso 12 settembre, il settimanale L’Espresso pubblicava un lungo reportage (foto incluse) del giornalista Fabrizio Gatti, entrato clandestinamente nel Centro d’accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, il terzo per dimensioni in Italia. Gatti descriveva il centro come un vero e proprio girone dantesco: “dormitori stracolmi, dove la legge non esiste e dove oltre mille esseri umani sono tenuti come bestie”.
A seguito dell’inchiesta giornalistica e di un duro editoriale di Eugenio Scalfari sulla malaccoglienza migranti in Italia, comparso sul quotidiano la Repubblica il giorno dopo, l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, dopo essersi consultato con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, decise di avviare un’ispezione ministeriale al CARA di Borgo Mezzanone. Numerose furono le interrogazioni parlamentari sulle vergognose condizioni di vita dei migranti nel cento e in altre strutture di semidetenzione sparse in mezza Italia.
Il 13 e 14 settembre, ancora Fabrizio Gatti sul sito internet de l’Espresso rivelò la portata degli affari delle cooperative chiamate a gestire il CARA pugliese. “Il costo per lo Stato del Centro di accoglienza di Foggia, è adesso una cifra precisa: la cooperativa cattolica Senis Hospes, che lo gestisce per conto del consorzio “Sisifo” della Lega Coop, incassa 31 mila 108 euro al giorno”, riportava il giornalista. “La spesa la si ricava dalle presenze confermate oggi dalla polizia: 1.414 richiedenti asilo registrati. Il numero comunque è aggiornato al 23 agosto. Moltiplicando gli ospiti ufficiali per il costo dell'appalto di 22 euro al giorno a persona, si ottiene quanto rende l'inferno: 933 mila euro al mese, 11 milioni l'anno. Ed è un calcolo per difetto. Perché l'emergenza fuori contratto può essere pagata fino a 30 euro al giorno a persona”.
Gatti aggiungeva altri particolari sulle identità delle coop prescelte come ente gestore. “Grazie agli appalti sui profughi in tutta Italia, la cooperativa che gestisce l'inferno di Foggia, la Senis Hospes di Senise in provincia di Potenza, ha infatti aumentato il suo fatturato del 400 per cento in due anni: dai 3 milioni del 2012 ai 15,2 milioni del 2014. E i dipendenti da 109 a 518. Non esistono imprenditori oggi, a parte la criminalità, con ricavi in crescita esponenziale”.
“Una vecchia indagine della procura di Potenza, poi archiviata, descrive bene i rapporti tra coop bianche e istituzioni”, aggiungeva Gatti. “Al centro, anche allora, gli appalti per i Cara, in particolare per quello in Basilicata, a Policoro. Nell'inchiesta spiccavano i nomi eccellenti di Gianni Letta e del prefetto Mario Morcone, all'epoca e ancora oggi capo dipartimento del Viminale per le libertà civili e l'immigrazione. La loro posizione fu presto archiviata. Così come quella dei fratelli Chiorazzo, a capo di un gruppo societario i cui pezzi più pregiati si chiamano La Cascina e Auxilium. Ciò che resta di quelle vicende, però, pur non avendo avuto uno sbocco processuale, sono le loro relazioni. Ecco cosa scrivevano i carabinieri del Ros nell'informativa inviata ai pm di Potenza: “Grazie all'estesa e fitta trama di relazioni intessute con diversi esponenti delle pubbliche istituzioni - fra i quali il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta e il Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione del Ministero dell'lnterno prefetto Mario Morcone - i fratelli Chiorazzo mirano a consolidare e ad estendere la loro presenza nella gestione dei Cara distribuiti sull’intero territorio nazionale ed in particolare in Sud Italia. Le aziende dei Chiorazzo, infatti, curano la gestione (attraverso la cooperativa Auxilium e la società La Cascina) del Cara di Bari (dove sono ospitati circa 1.200 immigrati), del Cara di Policoro (che ospita 200 immigrati) e del Cara di Taranto — di prossima apertura - (destinato ad ospitare 400 immigrati) - per un giro di affari che può essere stimato pari a circa 70.000 euro al giorno”.
Tornando a parlare del Cara di Borgo Mezzanone, l’Espresso puntò il dito sul partner di Senis nella gestione del centro, il consorzio siciliano Sisifo. “Considerato un pezzo pregiato di Legacoop, Sisifo è già finito al centro di polemiche durante la gestione del centro di accoglienza di Lampedusa, dopo che le immagini dei migranti costretti a denudarsi all'esterno, per sottoporsi al lavaggio anti scabbia, hanno fatto il giro del mondo”, scrive Gatti. “Il consorzio, con oltre mille dipendenti, ha dichiarato nel 2015 un fatturato di 89 milioni di euro. Luca Odevaine ha ammesso davanti ai pm di aver favorito il raggruppamento di imprese, con in testa Sisifo, nell'aggiudicazione dell'appalto per la gestione del centro siciliano di Mineo. Non per sua iniziativa, dice. Ma su richiesta di Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura in quota Ncd, lo stesso partito del ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Tra le coop vincitrici a Mineo, insieme al Consorzio, troviamo la Senis Hospes e la Cascina Global Service, in quota Cl. Il presidente del consiglio di amministrazione di Senis Hospes è Camillo Aceto, in passato consigliere della Cascina e di Auxilium. Ruolo che ricopriva anche negli anni in cui i pm indagavano su Letta e Morcone per la vicenda del Cara della Basilicata. La coop di Aceto opera - lo scrivono anche i militari del Ros nell'informativa su Carminati - in sinergia con Sisifo. Il protocollo di intesa tra gruppi bianchi e rossi si ripete a Foggia. Senis Hospes gestisce, Sisifo garantisce. Cl e Legacoop unite nel nome degli affari. E forse, anche per questo, come nell'inferno di Borgo Mezzanone, nessuno le controlla”.
Da più di tre anni, denunciamo come gli stessi nomi, gli stessi soggetti, gli stessi affari, la stessa malaccoglienza si riproducano impunemente nella città di Messina. Prima La Cascina, poi Senis Hospes e Domus Caritatis hanno fatturato milioni di euro gestendo i lager della tendopoli del Palanebiolo (Annunziata) e dell’ex caserma “Gasparro” di Bisconte (dal prossimo anno hotspot Frontex-Ue per le identificazioni e le espulsioni di migranti), alcune strutture non rispondenti agli standard di legge per la “prima” accoglienza di minori stranieri non accompagnati, perfino parte del progetto Sprar (valore un milione e 600mila euro per 18 mesi) affidato alla supervisione del Comune di Messina.
Come rileva lo stesso Fabrizio Gatti, anche il Consorzio Sisifo, quello dell’accoglienza negata a Lampedusa e Mineo, ha inscindibili legami con il territorio peloritano. Domiciliata a Palermo, Sisifo gestisce o ha gestito l’assistenza domiciliare integrata nelle Asp di Messina, Caltanissetta, Agrigento, Ragusa, Siracusa e Trapani e le Residenze sanitarie assistite a Novara di Sicilia e San Piero Patti, una casa protetta per anziani a Paternò, e nel settore migranti, anche il centro di accoglienza di Sant’Angelo di Brolo. L’odierno presidente di Sisifo è Domenico Arena detto “Mimmo”, presidente di Legacoop Messina dal 2004 al 2014, da due anni vicepresidente regionale di Legacoop Sicilia e dal 2009 componente della Direzione nazionale di Legacoop. Dal 2015, Domenico “Mimmo” Arena è pure diventato consigliere di amministrazione del Banco di Credito Cooperativo “Antonello da Messina”, l’istituto bancario main sponsor degli eventi “culturali” del Natale 2016 dell’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, Presidente del Cda della banca antonelliana è il dottore commercialista Francesco De Domenico, presidente del Collegio sindacale dell’istituto IRCSS “Neurolesi” nonché direttore generale dell’Università degli Studi di Messina (proprietaria dell’impianto sportivo riconvertito a tendopoli-lager per migranti dell’Annunziata).
Anche grazie all’affaire “accoglienza” si rafforza lo strapotere della borghesia e del partito unico locale.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it, il 28 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/28/linchiesta-di-antonio-mazzeo-coop-bianche-e-rosse-e-laffaire-migranti-dalla-puglia-allo-stretto-di-messina/ 

lunedì 26 dicembre 2016

Una megatendopoli per migranti nella ex Caserma “Gasparro” di Messina

Qualche mese ancora e l’ex caserma “Gasparro” di Messina (rione Bisconte) sarà trasformata in uno dei maggiori centri in Italia per l’“accoglienza” forzata dei migranti in attesa che le autorità decidano su una loro eventuale ricollocazione in altre strutture per richiedenti asilo in Europa o – per la stramaggioranza di essi – la deportazione manu miliari ai paesi d’origine. Decine di tende e container saranno installati accanto all’edificio della “Gasparro” dove da tre anni circa sono stipati contemporaneamente sino a 200 giovani migranti, consentendo di triplicare e forse quadruplicare il numero degli “ospiti” e riprodurre a due passi dal centro storico della città dello Stretto il famigerato e fallimentare modello “Mineo” della malaccoglienza.
Lo scorso 13 giugno è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il bando di gara per la “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura  temporanea costituita da tendostrutture e moduli prefabbricati, recinzioni  e cancelli, pensiline, arredi e cartellonistica per l’accoglienza dei migranti presso il comprensorio Caserma Gasparro di Messina”. Sempre secondo il bando di gara, il contraente dovrà assicurare la manutenzione degli impianti per almeno due anni; l’importo complessivo dell’appalto è pari a 1.932.000 euro più IVA, di cui 1.921.000 per le forniture e la posa in opera e il resto per coprire gli oneri per la sicurezza. Il termine ultimo per il ricevimento delle offerte è stato fissato per il successivo 1° luglio ma ad oggi non è noto se l’iter per l’aggiudicazione è stato completato. Le opere dovranno essere realizzate entro 70 giorni dalla data di avvio dell’esecuzione del contratto.
Il Ministero dell’Interno ha prescelto Invitalia S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, quale centrale di committenza per la gara, responsabile unico del procedimento l’avvocato Cristiano Galeazzi. Invitalia S.p.A. (presieduta da Claudio Tesauro, contestualmente presidente  di Save the Children Italia Onlus e già membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e sino al 2013 del board di Save the Children International) aveva sottoscritto in precedenza con il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale una specifica convenzione con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”. A tal fine, nel mese di febbraio, Invitalia aveva pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti”. Il compenso previsto per i progettisti era stato fissato in 138.000 euro, valore “sottostimato perlomeno di 140.990 euro” secondo una nota inviata il 4 aprile 2016 a Invitalia dall’Ordine degli architetti della provincia di Messina e firmata del presidente Giovanni Lazzari e dal coordinatore lavori pubblici Filippo D’Arrigo. Il 7 aprile le richieste dell’Ordine furono però rigettate dall’Agenzia presieduta da Claudio Tesauro e fu riconfermata la data del 14 aprile come termine massimo per l’espletamento della procedura. Per la cronaca, il 20 aprile anche il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma, tramite il presidente Giuseppe Cappochin, aveva chiesto inutilmente alla stazione appaltante di “effettuare le opportune verifiche e integrazioni, mediante sospensione e riesame in autotutela, della procedura di gara, con riserva, in caso contrario, di valutare ogni opportuna azione tesa al ripristino della piena applicazione delle norme vigenti”.
Se i termini per la scelta dei progettisti lasciavano presupporre a un intervento di recupero e miglioramento dei numerosi stabili esistenti all’interno della vasta area in cui incide l’ex caserma dell’esercito italiano, la gara espletata il 1° luglio scorso rivela la cinica intenzione delle autorità di governo di procedere in direzione dell’emergenzialità e dell’assoluta precarietà nel sistema d’alloggio e accoglienza dei richiedenti asilo giunti a Messina. Ancora più grave che il tutto si sia svolto nel silenzio-assenso della Prefettura di Messina che pure aveva rilevato in altre sedi pubbliche gravi criticità all’interno della struttura “sorella” di Bisconte, la tendopoli creata nell’ottobre 2013 all’interno del campo di baseball dell’Università degli Studi di contrada Conca d’Oro, Annunziata e della stessa amministrazione comunale di Messina che in più occasioni aveva auspicato la conversione dell’ex infrastruttura militare in cittadella per servizi e l’abitazione popolare.
Nel bando di gara non sono contenuti i dati numerici sulla futura capienza del centro di “prima accoglienza”, ma secondo le indiscrezioni trapelate nei mesi scorsi è possibile che nell’hub di Bisconte saranno trattenuti tra i 500 e i 1.000 migranti alla volta. Unione europea, l’agenzia Frontex e il governo stanno rivedendo le modalità con cui verranno reinterpretati nei prossimi anni l’intervento di “contenimento” e la gestione dei flussi migratori ma è prevedibile che all’ex caserma di Messina saranno assegnate le stesse funzioni espletate attualmente dai centri di Mineo, Pozzallo e Lampedusa, cioè la semidetenzione dei migranti in vista della loro ricollocazione ed espulsione. In ambito europeo queste strutture sono state identificate con l’inquietante termine di “hotspot”: sotto la giurisdizione dell’Agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione Europea e della Polizia europea EASO, i migranti appena sbarcati vengono sottoposti alle operazioni di identificazione, fototesseramento e prelievo, anche forzato, delle impronte digitali, “ai fini di uno screening che distingua o richiedenti asilo dalle persone destinate al rimpatrio”.
Da qualche mese a questa parte, in palese violazione delle leggi e del diritto internazionale e con un vero e proprio colpo di mano della Prefettura di Messina (e le immancabili complicità dell’amministrazione comunale) Bisconte è stato riconvertito a “centro di primissima accoglienza” per soli minori stranieri non accompagnati. Muri scrostati e reti metalliche ovunque, container esterni utilizzati come bagni e docce, solo tre stanzoni adibiti ad alloggio con un centinaio di in letti a castello uno accanto all’altro, fanno di questa struttura una delle maggiori vergogne in termini di solidarietà e assistenza di tutta Italia. Un vero e proprio lager di funesta memoria, dove imperano sovraffollamento, precarietà e promiscuità e le giornate vengono trascorse dai giovani “ospiti” nell’inutile attesa del nulla. Un limbo, un non luogo per non persone che per tanti ha avuto una durata insostenibile di mesi e mesi. “Le peculiarità strutturali e la carenza di servizi che caratterizzano questo centro delineano un’accoglienza di tipo contenitivo che non solo si presenta in violazione delle leggi e della dignità della persona, ma che a fronte della prolungata permanenza, ha delle conseguenze molto gravi sulla vita dei migranti”, riportò l’onlus Borderline Sicilia dopo un’ispezione il 7 marzo 2016. Dello stesso tenore le denunce presentate da giornalisti, parlamentari ed altre organizzazioni non governative come la Campagna LasciateCIEntrare, l’associazione Migralab “A. Sayad”, l’Arci.
Dal 1° dicembre il centro di Bisconte e la tendopoli dell’Annunziata vedono come ente gestore le cooperative Senis Hospes di Senise, Potenza e Domus Caritatis di Roma, rappresentate dall’imprenditore della ristorazione collettiva Benedetto “Benny” Bonaffini, asso pigliatutto del business migranti peloritano. Le due coop hanno vinto a fine giugno la gara bandita dalla Prefettura per l’ospitalità di soli adulti migranti (importo base 30 euro al giorno per ogni “ospite” per la durata di un anno), ma il passaggio di consegne è avvenuto solo meno di un mese fa. Senis Hospe e Domus Caritatis hanno presentato economica con un ribasso del 10,7% (26,79 euro per migrante) e un’offerta  tecnica di 53,4 punti su 60. Insieme alle precarie strutture dei lager di Bisconte e dell’Annunziata, le due coop al centro di numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche hanno ereditato dal vecchio ente gestore centinaia di minori stranieri non accompagnati, la cui accoglienza è regolamentata in modo del tutto diverso e più restrittivo dalle norme nazionali e per cui è inoltre prevista una spesa pro-capite non inferiore ai 45 euro al giorno.
Nell’“emergenza”, si sa, tutto è possibile e tutto è fattibile, anche violare fondamentali diritti umani, la legalità e il senso comune. Con l’hub-hostspot 2017, Messina si candida a laboratorio sperimentale delle più moderne e spietate pratiche di annientamento delle identità e dei bisogni.

Articolo pubblicato in Stampalibera.it il 22 dicembre 2016, http://www.stampalibera.it/2016/12/22/il-nostro-reportage-fotografico-messina-una-megatendopoli-per-migranti-nella-ex-caserma-gasparro-sulla-gazzetta-ufficiale-il-bando-appalto-da-1-932-000-euro-e-intanto/