I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 18 febbraio 2017

Rischi liquefazione da terremoti per il costruendo Porto di Tremestieri

Gravi criticità ed errori progettuali, sovraesposizione ai venti e ai marosi, innumerevoli inabissamenti. Nasce a Messina proprio sotto una cattiva stella il nuovo approdo di Tremestieri che nelle intenzioni di amministratori, armatori e autorità portuale dovrebbe contribuire a liberare il centro storico dal transito dei tir ma che ha già divorato enormi risorse pubbliche. Sino ad oggi sotto accusa c’era la superficialità degli studi di fattibilità e localizzazione della megainfrastruttura in un’area dello Stretto non idonea. Adesso si scopre pure che progettisti e amministrazioni locali erano stati inutilmente allertati sul rischio che le costruende opere portuali possano cedere durante eventi sismici di non elevate intensità.
Il 18 dicembre 2009 l’assemblea generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (presidente tale Angelo Balducci, una condanna definitiva a tre anni ed otto mesi per i reati di corruzione aggravata ed atti contrari ai doveri d’ufficio nell’appalto per la Scuola allievi carabinieri di Firenze e, in primo grado, a nove mesi con pena sospesa per concorso in rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio per gli appalti dei Grandi Eventi come il G8 a La Maddalena e i Campionati di nuoto a Roma nel 2009) approvava il Piano Regolatore Generale del Porto di Messina in cui erano integrate le opere previste per la realizzazione della “Piattaforma logistica intermodale di Tremestieri con annesso scalo portuale” (importo complessivo 73.579.820 euro). Soffermandosi sulle scelte di localizzazione del nuovo porto a sud della città, il Consiglio Superiore rilevava come nella redazione e approvazione del progetto preliminare di Tremestieri erano stati prodotti ben tre diversi documenti relativi agli aspetti geotecnici. Nello specifico, in un primo documento dal titolo Studio geologico-tecnico erano descritte le indagini e le prove geotecniche con un’elaborazione dei risultati. In un secondo documento (Relazione di calcolo delle opere marittime) erano trattati il dimensionamento geotecnico delle opere, la caratterizzazione geotecnica dei terreni presenti nell’area e alcune verifiche di stabilità globale. Infine, al progetto preliminare era allegata una Relazione geotecnica che comprendeva la caratterizzazione geotecnica dei terreni e le analisi per la valutazione della stabilità in condizioni sismiche dell’area di Tremestieri. “La distribuzione in diversi documenti degli aspetti geotecnici del progetto non si presta solo a rilievi di carattere formale, perché la normativa prescrive che questi, trattati unitariamente, siano oggetto di un unico elaborato”, ammonivano i componenti dell’Assemblea generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. “Si evidenzia così la presenza, con riferimento alle stesse opere, di ben tre diverse caratterizzazioni geotecniche e tre diversi modelli di sottosuolo, che costituiscono elementi progettuali importanti e che devono essere definiti univocamente per le ovvie implicazioni sulla sicurezza delle opere”.
Per approfondire i delicati aspetti geologici dell’area per la nuova piattaforma logistica intermodale, il Consiglio Superiore preferiva soffermarsi sugli aspetti messi in evidenza dalla Relazione geotecnica, ritenuta “più esaustiva e convincente” nella caratterizzazione fisico-meccanica dei terreni, ma anche perché in tale relazione erano trattati i problemi, del tutto prioritari nell’area dello Stretto, riguardanti la stabilità del territorio sotto azioni sismiche severe. “A questo proposito, la citata relazione evidenzia chiaramente come i terreni presenti nell’area portuale presentino rischi di liquefazione sotto sisma, se si riferisce allo stato limite di salvaguardia della vita umana”, stigmatizzava l’organo dipendente del Ministero dei Lavori Pubblici. “Per lo stesso stato limite anche il pendio sottomarino risulta instabile. Inoltre, se si considerano i possibili incrementi di pressione interstiziale indotti dal sisma nel sottosuolo, le condizioni di stabilità potrebbero venire meno anche per bassi valori dell’accelerazione sismica”. Per esemplificare il linguaggio tecnico, per le costruende opere di Tremestieri è altissimo il pericolo che eventi sismici anche lievi possano produrre la cosiddetta “liquefazione” del terreno, esattamente come già accaduto per i terremoti nel centro-nord in Italia nel 2012 e nell’agosto 2016. “Il fenomeno della liquefazione del suolo è strettamente connesso alla natura del terreno della zona dove si verifica il terremoto”, riportano i testi scientifici in materia. In pratica, può accadere che un sedimento sottoposto a pressione e vibrazione perda temporaneamente resistenza e si comporti come un liquido denso. Questo può accadere su terreni sabbiosi o argillosi e in zone ricche d’acqua, con  conseguenze più o meno gravi: improvvise valanghe di fango (se la liquefazione interessa un versante collinare); cedimento di edifici, crolli, ecc..
“Alla luce di queste valutazioni e tenuto conto anche di alcune considerazioni conclusive della Relazione di calcolo delle opere marittime, inerenti la stabilità di alcune porzioni delle opere foranee, non sembrano sussistere le necessarie condizioni di sicurezza nelle aree interessate dalle nuove opere, tenuto conto dell’elevata sismicità della zona, e non risulta verificata la fattibilità delle opere in progetto”, concludeva la relazione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che però approvava il Piano regolatore del Porto di Messina. “A questo proposito, a parere di questo Consesso, è necessario riesaminare attentamente le soluzioni progettuali e i metodi e i modelli adottati per le verifiche geotecniche, non escludendo la necessità di adeguati interventi di miglioramento del terreno, propedeutici all’esecuzione delle nuove opere”.
Dal dicembre 2009 ad oggi non sembra siano stati fatti molti passi in avanti per mettere in sicurezza il nuovo Porto di Tremestieri dai frequentissimi e devastanti eventi sismici che caratterizzano l’area dello Stretto. “Le previsioni del Piano Regolatore dei Porti di Messina (PRP) contemplano la realizzazione, a terra, di opere ed infrastrutture che incideranno in maniera rilevante su terreni di fondazione, i quali, da indagini e studi effettuati, risultano suscettibili alla liquefazione sotto azione sismica a causa della particolare stratigrafia e litologia, come peraltro evidenziato dal Consiglio Superiore LL.PP. con voto n. 51/2009 del 18/12/2009”, osserva Leonardo Santoro, ingegnere capo del Genio Civile di Messina in una nota inviata il 26 ottobre scorso all’Autorità portuale, al Dipartimento Politiche del Territorio del Comune di Messina e all’Assessorato Ambiente e Territorio della Regione Siciliana, oggetto Procedura di valutazione ambientale strategica del PRP di Messina e Tremestieri. “Dal raffronto fra le previsioni della variante ambientale al PRG di Messina e gli elaborati del PRP risulta pertanto necessario produrre, ai fini del rilascio del parare ex art. 13 L. 64/74: studi geologici particolareggiati di tutta la fascia litoranea interessata dalle previsioni di PRP al fine di caratterizzare sotto il profilo sismico, geotecnico ed idraulico l’immediato sottosuolo sul quale si prevedono opere strutturali di una certa rilevanza; modifiche delle tavole urbanistiche delle previsioni di PRP inserendo le fasce di rispetto dei torrenti, garantendo il deflusso delle acque e il naturale sbocco a mare; studi di microzonazione sismica di II livello”. Nella suddetta nota, il Genio Civile di Messina evidenziava che il nuovo Piano Regolatore dei Porti era conforme alla variante del PRG del Comune di Messina risalente al 2002, ma “non già alla variante di tutela ambientale per la quale l’Amministrazione ha in itinere le procedure per il rilascio della Valutazione Ambientale Strategica e su cui questo ufficio ha evidenziato la presenza di numerose criticità fra cui la mancanza di studi geologici aggiornati e di fasce di rispetto dei torrenti”.
Pur rilasciando il 9 agosto 2016 il nulla osta idraulico al progetto per la Piattaforma intermodale di Tremestieri e il parere di “compatibilità sismica di massima delle opere da realizzare”, l’ing. Leonardo Santoro precisava tuttavia che l’autorizzazione per l’inizio dei lavori ai sensi dell’art. 18 della legge 64/74 (Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche) “potrà essere rilasciata con il deposito del progetto esecutivo, da acquisire prima dei lavori”. Lo stesso ingegnere capo del Genio Civile, il 31 agosto 2016, alla pre-conferenza della Commissione regionale dei lavori pubblici convocata per esprimere un parere sul progetto definitivo per il nuovo Porto di Tremestieri, poneva in evidenza come erano state accertate “una serie di vulnerabilità dell’area scelta per la realizzazione dell’infrastruttura”, la cui “piena ed esclusiva” responsabilità “rimane dei soggetti istituzionali che hanno approvato in linea tecnica il progetto preliminare posto a base di gara”. Nello specifico, Santoro sottolineava le seguenti criticità di sito: presenza di numerosi corsi d’acqua che convergono nell’ambito della piattaforma logistica; forti acclività delle batimetriche dei fondali prospicienti l’area; esposizione a venti e correnti che espongono l’areale prescelto a frequenti fenomeni erosivi/insabbiamenti. “Negli ultimi cinque anni sono intervenuti continui e significativi mutamenti della morfologia del litorale interessato, presumibilmente riferibili anche ad interventi recentemente eseguiti a Sud di Tremestieri”, aggiunge l’Ingegnere capo del Genio Civile. “In particolare, in occasione di forti mareggiate del novembre 2014 e del febbraio 2015, si sono prodotti vistosi fenomeni di insabbiamento dello scalo esistente, di intensità mai riscontrata in precedenza, che hanno reso il porto non operativo per diverso tempo. Oltre al fenomeno sopra descritto si è determinato un sensibile aggravamento del processo erosivo interessante il litorale a Nord del porto con conseguente arretramento della linea di riva e conseguente stato di pericolo per edifici e strutture retrostanti”. Netta la presa di distanza dal progetto dell’ufficio dipendente dall’Assessorato regionale delle Infrastrutture e della mobilità, nelle conclusioni presentate in pre-conferenza. “Pertanto la presente relazione istruttoria viene svolta esclusivamente per dovere d’Ufficio, non condividendo lo scrivente il sito prescelto per l’allocazione dell’opera”, conclude Santoro.
Il Piano regolatore generale del porto di Messina e Tremestieri fu redatto negli anni della gestione dell’Autorità portuale dell’ingegnere-onorevole Vincenzo Garofalo, dal 2008 ad oggi membro della Camera dei deputati (prima con il Popolo delle libertà, poi con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano). L’on. Garofalo ricopre l’incarico di vicepresidente della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni e instancabilmente ha seguito tutto l’iter progettuale e finanziario del megaporto di Tremestieri. Presidente dell’Autorità portuale che diede alla luce il PRP l’ingegnere Dario Lo Bosco, professore associato dell’Università di Reggio Calabria (dove è stato direttore scientifico dei laboratori VIA-Valutazione incidenza ambientale delle infrastrutture territoriali e ferroviarie) e successivamente Presidente di Rfi, Rete Ferroviaria Italiana e del consiglio di amministrazione dell’Ast (Azienda Siciliana Trasporti), raggiunto da un mandato di cattura per concussione nell’ottobre 2015 nell’ambito di un’inchiesta del Tribunale di Palermo sull’acquisto di alcune attrezzature ferroviarie. Segretario generale dell’Autorità portuale era l’avvocato Mario Chiofalo, dall’aprile 2004 Cavaliere al merito della Repubblica italiana su proposta della Presidenza del Consiglio dei ministri, mentre responsabile dell’ufficio tecnico era l’ing. Francesco Di Sarcina, oggi segretario generale dell’AP. Il Piano regolatore del Porto fu approvato nel novembre 2007 dall’allora commissario straordinario del Comune di Messina, Gaspare Sinatra e comunque condiviso poi dalle amministrazioni comunali guidate da Giuseppe Buzzanca (city manager Gianfranco Scoglio) e da Renato Accorinti (assessore all’urbanistica l’ingegnere Sergio de Cola).
La redazione del progetto di Piano regolatore del Porto di Messina fu eseguita dalla Idrotec Srl di Milano (capofila), società d’ingegneria di opere idrauliche e marittime. Idrotec ha operato negli anni per conto di importanti industrie e società di costruzione italiane (Ansaldo, Saipem, Eni, Technip e Impregilo, capofila dell’associazione di imprese general contractor del Ponte sullo Stretto di Messina) e finanche delle forze armate statunitensi, US Navy e US Corps of Engineers. La società d’ingegneria ha firmato importanti e controversi progetti infrastrutturali (in particolare le opere per il terminal hub di Gioia Tauro, il masterplan portuale di Catania, il waterfront nel porto dell’isola de La Maddalena alla vigilia del vertice G8 del 2009 e alcune opere foranee nella laguna di Venezia - il famigerato MOSE – per conto del Consorzio Venezia Nuova di cui è socia e committente la Nuoca Coedmar di Chioggia, capofila del raggruppamento chiamato alla progettazione definitiva, esecutiva e alla realizzazione del terminal di Tremestieri). All’estero Idrotec è presente particolarmente in Albania, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi, Montenegro, Oman, Repubblica Dominicana.
Alla stesura del PRP di Messina hanno contribuito pure la Viola Ingegneri e Architetti Associati di Cernobbio e Bonifica SpA, nota società d’ingegneria che già nel 2002 in associazione con Systra S.A. aveva eseguito per conto della Stretto di Messina un contestatissimo aggiornamento dello studio di impatto ambientale del Ponte. Sempre Bonifica, una decina di anni prima, aveva eseguito lo studio di fattibilità per il collegamento ferroviario e una prima superficiale valutazione ambientale del Ponte sullo Stretto. Anche Idrotec Srl di Milano è un’azienda moto conosciuta a Messina: essa compare infatti ancora tra i soggetti redattori del progetto definitivo della piattaforma logistica di Tremestieri per conto della Nuova Coedmar (aggiudicataria dell’appalto multimilionario in associazione con il consorzio di cooperative CCC  di Bologna). Idrotec e la Viola Ingegneri e Architetti Associati di Cernobbio hanno pure presentato nell’ottobre 2015, per conto dell’Autorità portuale, lo studio di fattibilità di un nuovo porto turistico nella zona falcata del porto di Messina (previsti centinaia di posti barca e investimenti infrastrutturali per 75 milioni di euro).
Nella primavera del 2012 Idrotec, in cordata con la Favero & Milan Ingegneria (capofila dei progettisti della Piattaforma logistica intermodale con annesso scalo portuale di Tremestieri), Urban Future Organization e i professionisti Benedetto Camerana, Erika Skabar, Alfredo Natoli, Gianluca Ardiri e Marcello DAlia (figlio dell’ex sottosegretario Dc alla difesa on. Totò D’Alia e fratello dell’on. Giampiero, già vicesindaco di Messina e ministro della Pubblica amministrazione nel governo Letta con l’Udc, oggi parlamentare con i Centristi per l’Europa) hanno ottenuto il primo premio del concorso internazionale bandito dall’Amministrazione comunale peroritana per il “PIAU - Piano integrato per la ristrutturazione e riqualificazione urbana nell’area stazione marittima – Santa Cecilia” (il waterfront).
Ancora cemento e asfalto, asfalto e cemento per gli affari in città dei soliti noti.

giovedì 9 febbraio 2017

Dal Mose di Venezia al porto di Tremestieri, affari in chiaroscuro della Coedmar di Chioggia

Dopo anni di ricorsi e pressing finanziari a tutto campo, si conclude l’iter progettuale del megaporto di Tremestieri (Messina sud) che nelle intenzioni di amministratori locali, forze politiche bipartisan e ambientalisti sbiaditi e distratti dovrebbe porre fine al dramma dell’attraversamento dei Tir nel centro della città dello Stretto. Secondo quanto pubblicato stamani dalla Gazzetta del Sud, “è stata firmata l’aggiudicazione definitiva dei lavori da 72 milioni di euro alla nuova Cordmar che dovrà costruire il porto di Tremestieri”.
La gara d’appalto era stata espletata nel marzo 2012 e aveva visto vittoriosa la società Sigenco di Catania; la Coedmar di Chioggia presentò però un ricorso al TAR di Catania che fu accolto positivamente. Dopo un contro-ricorso della Sigenco, nel giugno 2013 il Consiglio di Stato confermò la sentenza del TAR con il conseguente affido del contratto alla società veneta per lavori del valore di 62 milioni di euro (con un ribasso del 15% sulla base d’asta). La lunga controversia legale e alcune modifiche tecniche al progetto hanno prodotto dunque un incremento del preventivo di spesa del costruendo porto di Tresmestieri per una decina di milioni di euro in appena cinque anni. Di certo, questa grande opera è destinata a fare da vero e proprio pozzo di san Patrizio per committenti, subcommittenti e fornitori.
Il 1° aprile 2015 i rappresentanti di vertice della Coedmar di Chioggia furono ospiti dell’amministrazione comunale di Messina per discutere sulle modalità di reperimento dei fondi mancanti per il completamento dell’opera. Nell’occasione si presentarono a palazzo Zanca una quindicina di rappresentanti dell’azienda, tra cui l’amministratore Albino Boscolo; a riceverli il sindaco Renato Accorinti, il segretario Antonio Le Donne e l’assessore all’urbanistica Sergio De Cola.
Come sempre accade nella città di Messina, a nessuno venne in mente di indagare sul recentissimo passato della società chiamata a “risolvere” il problema traffico-traghettamento dello Stretto. Nel luglio 2013, su ordine dei giudici di Venezia, era stato spiccato mandato di cattura ai danni di Giovanni Mazzacurati, a capo del Consorzio Venezia Nuova, il pool di società di costruzione e cooperative nato per la realizzazione del MOSE, la Grande Opera sorella del Ponte sullo Stretto dai devastanti effetti ambientali nella Laguna di Venezia, che originariamente sarebbe dovuta costare 1,6 miliardi di euro ma che nelle previsioni più ottimistiche, a lavori ultimati potrebbe superare una spesa di oltre 4 miliardi.  L’inchiesta svelò un enorme giro di tangenti per oleare il sistema di aggiudicazione degli appalti e delle forniture per i lavori del MOSE. Insieme a Mazzacurati, finirono ai domiciliari alcuni consiglieri del Consorzio Venezia Nuova e i rappresentanti legali e dirigenti di alcune note aziende italiane; tra essi anche Gianfranco Boscolo Contadin (detto Flavio), direttore tecnico della Nuova Coedmar s.r.l. . impresa titolare del 2% del Consorzio pro-MOSE.
Il 5 giugno 2014, meno di un anno prima del vertice tra i dirigenti della società veneta e gli amministratori messinesi per il completamento dell’iter finanziario-progettuale del porto di Tremestieri, l’inchiesta sulla tangentopoli a Venezia vedeva una seconda tranche di provvedimenti restrittivi a carico di una trentina di imprenditori e manager; tra essi spiccavano ancora una volta il nome di Gianfranco Boscolo Contadin, “procuratore generale e direttore tecnico della Nuova Coedmar”. Tra gli indagati figuravano anche altri due dirigenti della società di Chioggia, Andrea Boscolo Cucco e Dante Boscolo Contadin. Due settimane dopo la retata della Guardia di finanza, Maria Odette Crocco, responsabile amministrativa della Coedmar srl e, dal 2009, della Nuova Coedmar srl, in un interrogatorio ai magistrati rivelava le modalità con cui l’azienda riusciva a mettere da parte i fondi neri per sovrafatturare alcuni dei lavori legati alla realizzazione del MOSE. “Quando serviva disponibilità di denaro contante, normalmente 100.000 euro e a volte anche 500.000, i soci della Coedmar mi incaricavano di contattare, con il cellulare riservato, lo studio Cortella di Lugano; la consegna avveniva presso gli uffici della Coedmar”. Secondo quanto riportato dal Gazzettino di Venezia, la responsabile amministratrice della società di Chioggia “ha parlato anche di conti svizzeri riconducibili ai soci della Coedmar, sui quali lo studio Cortella provvedeva a bonificare i saldi contabili riferibili ai rapporti tra Coedmar e le società appositamente costituite per far lievitare i costi relativi alla fornitura dei sassi di annegamento: inizialmente la croata Antenal Doo; poi la canadese Farway Limited e la panamense Droxford, che si occupava dei trasporti”. Al processo, Dante e Gianfranco Boscolo Contadin hanno patteggiato condanne sino a due anni per i reati di corruzione ed emissione di fatture false. Nel corso della sua breve detenzione nel carcere di Solliciano (Firenze), dopo l’arresto ordinato dalla procura di Venezia, il procuratore generale e direttore di Coedmar era protagonista di una vicenda singolarissima. Nel giugno 2014, in una valigia consegnata al detenuto Gianfranco Boscolo Contadin dalla moglie, la polizia penitenziaria ritrovava tra pigiami, slip e calzini un pacco di 38 banconote da 500 euro, 19.000 euro in tutto. Sempre a proposito di denaro sospetto, il 14 luglio 2015 gli agenti del Nucleo di polizia tributaria di Venezia eseguivano un sequestro preventivo per un valore complessivo di 7,7 milioni di euro nei confronti di sette imprese finite nell’inchiesta MOSE: la Mantovani, il Consorzio Venezia Nuova, la Grandi Lavori Fincosit, Condotte, la Cooperativa San Martino di Chioggia, la Technostudio di Padova e ovviamente la Nuova Coedmar di Boscolo Contadin.

martedì 24 gennaio 2017

Marco Minniti e la ragnatela ICSA, fondazione di generali e super 007

Poco nota al grande pubblico ma influentissima la Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), il centro studi sui temi d’intelligence e analisi militare costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti (neoministro dell’Interno) e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, gran tessitore di trame con organizzazioni e servizi segreti in ambito nazionale e Nato. Di ICSA, Cossiga è stato presidente onorario sino alla sua scomparsa e Minniti presidente esecutivo sino alla nomina a sottosegretario del governo Renzi, quando è stato sostituito dal gen. Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, comandante della 5^ Forza aerea tattica della Nato, vicecomandante della Forza multinazionale nel conflitto dei Balcani e consigliere militare di ben tre Capi di governo (D’Alema, Amato e Berlusconi).
Vicepresidente della fondazione il prefetto Carlo De Stefano, già questore ad Avellino e Firenze, poi responsabile della sicurezza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dal 2001 al 2009 De Stefano è stato capo dell’UCIGOS (l’ufficio per le investigazioni e le operazioni speciali della Polizia che coordina le attività degli uffici Digos) e presidente del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). L’alto funzionario ha pure ricoperto un incarico come sottosegretario all’Interno, presidente del consiglio Mario Monti, ministra Anna Maria Cancellieri.
Della Fondazione ICSA è segretario generale Paolo Naccarato, alto funzionario statale incaricato nel 1994 dal governo di organizzare il vertice G7 di Napoli. Eletto consigliere regionale in Calabria nel 2000 con il listino del presidente Giuseppe Chiaravalloti (Forza Italia) in quota al movimento fondato da Francesco Cossiga, Naccarato ha poi ricoperto l’incarico di presidente della Commissione per le riforme istituzionali della Regione. Nel 2006 è stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Romano Prodi) con delega alle riforme istituzionali e ai rapporti con il Parlamento; qualche anno dopo, Naccarato è tornato alla regione d’origine per ricoprire l’incarico di assessore nella giunta presieduta da Agazio Loiero (Margherita). Dopo una breve parentesi con l’effimera associazione politica di Luca Montezemolo, Italia Futura, nel maggio 2013 Naccarato ha ottenuto il seggio in Senato con la Lega Nord in rappresentanza del movimento dell’ex ministro di centrodestra Giulio Tremonti. Con l’elezione in Parlamento, non si sono concluse le migrazioni politiche del segretario ICSA: ai leghisti è stata preferita prima l’adesione al Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, poi al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, infine ancora il GAL.
Vicesegretario della fondazione, il giornalista Giovanni Santilli, già segretario particolare presso la Presidenza del Consiglio (1998-2000) e del ministero della Difesa (2000-2001, sottosegretario Minniti), nonché ex consigliere politico dello stesso Minniti viceministro dell’Interno nel biennio 2006-2008.
Eterogeneo per ideologie e orientamenti politici anche se in buona parte i cuori battono per l’ordine sociale e la conservazione, il consiglio scientifico della Fondazione ICSA testimonia la portata e la forza della rete di relazioni istituzionali, nazionali e internazionali, realizzata nel tempo da Marco Minniti. Si tratta di una lunga lista di Capi di Stato Maggiore delle forze armate e dell’Arma dei carabinieri; comandanti dei reparti speciali della Nato e dei servizi segreti; segretari e consiglieri militari di presidenti del consiglio e ministri; diplomatici, magistrati, responsabili della security di importanti holding economiche; giornalisti, professori universitari e finanche consulenti e analisti della CIA e dei dipartimenti statunitensi per la lotta al terrorismo.     
Coordinatore del Consiglio scientifico della Fondazione ICSA il sociologo Italo Saverio Trento.
Membri:
Amm. Gianfranco Battelli, dal 1979 al 1983 a capo del cosiddetto “ufficio I” incaricato della valutazione, produzione e aggiornamento di tutti i documenti d’intelligence della Marina Militare; successivamente capo di Gabinetto del ministero della Difesa e dal 1996 al 2001 direttore del Sismi (i vecchi servizi segreti militari) e infine consigliere della Corte dei Conti.
Amm. Sergio Biraghi, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2004 al 2006 e poi consigliere militare del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Gen. Carlo Cabigiosu, già vicecomandante del Corpo d’Armata di reazione Rapida della Nato in Germania, poi Capo di Stato maggiore del Comando Regionale delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (il primo generale italiano ad assumere tale carica, da sempre ricoperta da militari Usa), comandante della Forza Nato in Kosovo (2000-01), rappresentante dell’Italia al Senior Official Group (SOG) della Nato per la revisione della struttura di Comando dell'Alleanza e infine consigliere militare della Missione italiana in Iraq (2003-04).
Gen. Vincenzo Camporini, dal 2008 al 2011 Capo di Stato maggiore della difesa e poi consulente dell’allora ministro degli esteri Franco Frattini; oggi è vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali e membro della Fondazione Italia-Usa.

Giovanni De Carli ed Edoardo Esposito, generali della Guardia di Finanza.
Gen. Giampaolo Ganzer, già comandante dei reparti dei Carabinieri impegnati contro la colonna veneto-friulana delle Brigate Rosse e delle teste di cuoio che liberarono il generale Usa James Lee Dozier sequestrato dalle Br a Verona nel 1981. Nel 2002 è stato nominato comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dell’Arma dei Carabinieri, incarico ricoperto sino al luglio 2012 nonostante la condanna in primo grado a 14 anni per “associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati”, commessi nel corso di alcune operazioni antidroga dei ROS. Dopo la riduzione della condanna in secondo grado a 4 anni e 11 mesi di reclusione, lo scorso anno è scatta la prescrizione per i reati dopo la revisione della Cassazione.
Gen. Fabio Mini, esperto di geostrategia, ex comandante della missione Nato in Kosovo dal 2002 al 2003, autore di articoli per Limes, l’Espresso, la Repubblica e Il Fatto Quotidiano.
Gen. Mario Nunzella, già Capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri, ex consigliere per la sicurezza del Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, poi responsabile del coordinamento delle forze di polizia presso il Ministero dell’Interno. Nel giugno 2000 è stato nominato comandante del ROS dei Carabinieri.
Gen. Stefano Panato, ex sottocapo di Stato maggiore dell’Aeronautica (si è interessato ai programmi di sviluppo dei cacciabombardieri Tornado, Amx ed Eurofighter 2000), poi presidente del Centro Alti Studi per la Difesa (CASD), l’organismo di più alto livello nel campo della formazione e degli studi di sicurezza e vicedirettore del Sismi e dell’AISE (l’agenzia che sovrintende alla gestione dei servizi segreti). Dal 1999 al 2002 è stato consigliere militare presso la Rappresentanza d’Italia al Consiglio Atlantico a Bruxelles; oggi ricopre il ruolo coordinatore del Centro Studi Militari Aeronautici (Cesma) “Giulio Dohuet” di Roma.
Gen. Luciano Piacentini, già comandante del battaglione d’assalto “Col Moschin” e successivamente capo di Stato Maggiore della brigata paracadutisti “Folgore” e consigliere per la sicurezza in diverse aree del continente asiatico.
Gen. Sergio Siracusa, prima addetto militare presso l’ambasciata d’Italia a Washington, poi sottocapo di Stato maggiore presso il Comando Forze terrestri alleate del Sud Europa di Verona, direttore del Sismi dal 1994 al 1996, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri dal 1997 al 2002 e infine Consigliere di Stato.
Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Roma ed ex collaboratore dei ministri della prima Repubblica Sebastiano Vassalli e Virginio Rognoni.
Stefano Dambruoso, ex magistrato a Milano dove ha condotto inchieste sulle cellule anarco-insurrezionaliste e sul terrorismo jidahista in Italia, dal 2008  Capo dell’Ufficio coordinamento attività internazionali del ministero della Giustizia, poi membro del Consiglio direttivo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare e dal febbraio 2013 deputato alla Camera, eletto in Lombardia con Scelta Civica e transitato nel gruppo scissionista Civici e Innovatori. Membro anch’egli della Fondazione Italia-USA, nel gennaio 2016, unitamente al parlamentare Pd Andrea Manciulli (presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO) ha presentato la proposta di legge “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista”.
Nicola Di Giannantonio, prefetto fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio nel 2000 e successivamente direttore della Sovrintendenza Centrale dei Servizi di Sicurezza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Domenico Vulpiani, prefetto e direttore dell’Ufficio centrale ispettivo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, dal 1978 al 1988  responsabile dei servizi di protezione dei Presidenti della Repubblica Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, di alcuni presidenti del Consiglio e ministri dell’Interno. Dal 1990 al 1996 presso la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione ha ricoperto diversi incarichi in materia di antiterrorismo; dal 1996 al 2001 è stato a capo della DIGOS di Roma, dal 2001 al 2009 direttore del Servizio Polizia Postale, ufficio specializzato nel contrasto ai crimini postali ed informatici e del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche del Paese.
Giovanni Castellaneta, già ambasciatore d’Italia negli Usa dal 2005 al 2009 (anni in cui vengono sottoscritti accordi strategici con Washington in campo militare e industriale, come ad esempio la coproduzione dei cacciabombardieri F-35, l’installazione del terminale MUOS a Niscemi e dei droni d’intelligence a Sigonella); successivamente presidente del consiglio di amministrazione di SACE (il gruppo assicurativo-finanziario a favore delle imprese italiane che operano all’estero, interamente controllato dalla Cassa depositi e Prestiti) e membro del Cda di Finmeccanica (l’holding a capo del complesso militare-industriale italiano). È stato inoltre consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio Berlusconi e suo rappresentante personale per i Vertici del G8 del 2001 e del 2005.
Guido Lenzi, ambasciatore, già rappresentante permanente presso l’OSCE a Vienna, direttore dell’Istituto Europeo di Studi di Sicurezza a Parigi e consigliere diplomatico presso il ministero degli affari esteri e della difesa.
Andrea Monorchio, originario di Reggio Calabria, ex ragioniere generale dello Stato, docente di materie economiche presso l’Università di Siena e la Luiss di Roma, per alcuni anni presidente del Cda di Infrastrutture S.p.A. (società voluta dal ministero del Tesoro per finanziare le grandi opere pubbliche) e dei collegi sindacali di Eni, Fintecna e Telespazio (gruppo Finmeccanica). Nell’ottobre 2011 è stato nominato vicepresidente della Banca popolare di Vicenza.
Paolo Savona, già direttore generale e poi amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro (1989-1990), presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (dal 1990 al 1999 e dal 2010 al 2014), dei Cda di holding e società come Impregilo, Gemina, Aeroporti di Roma, Consorzio Venezia Nuova, Banca di Roma, membro dei Cda di RCS, TIM Italia, Capitalia. Savona è stato pure presidente della Commissione d’indagine sul nucleare in Italia e membro delle Commissioni Ortona e Jucci per la riforma dei servizi di sicurezza.
Asher Daniel Colombo e Marzio Barbagli, docenti di sociologia dell’Università di Bologna, consulenti di fiducia del ministero dell’Interno e autori di diverse pubblicazioni sulle migrazioni internazionali e le “relazioni” immigrati-sicurezza-criminalità in Italia.
Salvatore Tucci, docente di Calcolatori elettronici presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università “Tor Vergata” di Roma, dal 1999 al 2008 responsabile del sistema informativo della Presidenza del consiglio dei ministri.
I giornalisti Andrea Nativi direttore della Rivista Italiana Difesa e Carlo Panella ex dirigente di Lotta Continua, collaboratore de Il Foglio e responsabile delle tribune politiche Mediaset, nominato da Marco Minniti quale membro della Commissione di studio sulla Jihad in Italia.
I direttori della security e protezione aziendale, Raffaele Di Lella di ENAC (l’Ente nazionale per l’aviazione civile) e Franco Fiumara delle Ferrovie dello Stato (quest’ultimo ha pure diretto le compagnie della Guardia di finanza di Mondragone e Gela e il Nucleo centrale Polizia tributaria di Roma - Sezione Stupefacenti; nel dicembre 2014 è stato eletto presidente di Colpofer, l’Associazione internazionale dei Capi delle strutture di sicurezza aziendale ferroviaria di 24 paesi e della Polizia dei trasporti).
Luisa Franchina, ingegnere elettronico ed esperta di strategie di sicurezza delle reti e dell’informazione, dal 2011 al 2013 direttrice generale del Nucleo operativo per gli attentati NBCR (nucleari, biologici, chimici e radiologici) presso la Presidenza del Consiglio e successivamente delegata italiana per la Protezione civile presso il comando Nato di Bruxelles.
Gli ispettori generali della Police nationale francese, Hélène Martini (già consigliere tecnico per la sicurezza interna del Presidente della Repubblica) ed Emile Pérez, direttore del Service de Coopération Technique Internationale de Police e presidente di Francopol.
Frances Fragos Townsend, ex consigliere per la sicurezza nazionale e le politiche di lotta al terrorismo del presidente Usa George W. Bush, nonché inviata speciale per le ispezioni alla prigione-lager “Abu Ghraib” in Iraq, nota al mondo per i crimini commessi dai militari statunitensi a danno dei reclusi. Tra il 2006 e il 2007, l’allora vice-ministro all’interno Marco Minniti e il prefetto Carlo De Stefano (al tempo direttore centrale della Polizia di prevenzione e coordinatore del Comitato di analisi strategica antiterrorismo) ebbero modo d’incontrare più volte a Roma e Washington la consigliere Townsend per uno “scambio di informazioni Italia-Usa sulla “minaccia terroristica”.
Kurt Volker, ex ambasciatore Usa alla Nato (su nomina del presidente George W. Bush) ed ex analista internazionale della CIA, managing director del Centro per le Relazioni Transatlantiche alla Johns Hopkins University. Già consulente del senatore ultraconservatore John MacCain e vicedirettore dell’allora Segretario generale della NATO George Robertson (1998-2001), Volker ha ricoperto l’incarico di consulente del Dipartimento di Stato in preparazione dei summit Nato di Praga (2002) e Istanbul (2004).

venerdì 20 gennaio 2017

Marco Minniti. Quest’uomo è una sicurezza

Contrasto delle migrazioni “irregolari”, gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Con Marco Minniti al Viminale si annuncia un giro di vite alla vigilia di importanti appuntamenti come il G7 a Taormina e le elezioni politiche.

Quello guidato da Paolo Gentiloni è davvero il governo fotocopia di Matteo Renzi? La promozione di Domenico “Marco” Minniti da sottosegretario con delega ai servivi segreti a ministro dell’Interno rappresenta una novità più che inquietante alla luce dei nuovi programmi di contrasto delle migrazioni “irregolari” o di gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Non è certo un caso, poi, che il cambio al Viminale avvenga alla vigilia dei due appuntamenti internazionali che hanno convinto a rinviare sine die la fine della legislatura: la celebrazione del 60° anniversario della firma del Trattato istitutivo della Cee (il 25 marzo a Roma), ma soprattutto il vertice dei Capi di Stato del G7 a Taormina il 26 e 27 maggio. Marco Minniti, di comprovata fede Nato, vicino all’establishment ultraconservatore degli Stati Uniti d’America e alle centrali d’intelligence più o meno occulte del nostro Paese appare infatti come il politico più “adeguato” per consolidare il giro di vite sicuritario sul fronte interno e strappare a leghisti e centrodestra il monopolio della narrazione sul “pericolo” immigrato. Curriculum vitae e trame tessute in questi anni ci spiegano come e perché.
Originario di Reggio Calabria, una laurea in filosofia e una lunga militanza nel Pci prima, nel Pds e nei Ds dopo, nel 1998 Minniti viene chiamato a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (premier l’amico Massimo D’Alema), anche allora con delega ai servizi per le informazioni e la sicurezza; l’anno seguente, con le operazioni di guerra Nato in Serbia e Kosovo, Minniti assume il coordinamento del Comitato interministeriale per la ricostruzione dei Balcani. Nel 2001 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati e con la costituzione del governo Amato, è nominato sottosegretario alla Difesa per la cooperazione militare con Ue, Nato e Stati Uniti e la promozione dell’industria bellica (ministro Sergio Mattarella). Con il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, Minniti assume il ruolo di capogruppo Ds in Commissione Difesa e componente della delegazione italiana all’Assemblea dei parlamentari presso il comando generale della Nato. A Bruxelles il politico calabrese fa da relatore del gruppo di lavoro sull’Europa sud-orientale e la partnership Ue-Nato, perorando l’ingresso nell’Alleanza di Albania, Croazia e Macedonia. Nel novembre 2005 è Minniti a presiedere il convegno nazionale Ds su “difesa e industria bellica in Italia”, relatori, tra gli altri, ministri, capi delle forze armate e manager delle holding belliche. “Chiedo un maggiore impegno a sostegno del complesso militare-industriale, per ottenere finanziamenti aggiuntivi per nuovi sistemi d’arma e rafforzare la difesa europea con la costituzione di battaglioni da combattimento che si coordino con la Forza di pronto intervento Nato”, fu l’accorato appello di Minniti ai compagni di partito.
Con Romano Prodi alla guida del governo (2006), Minniti torna a fare il viceministro dell’Interno dedicandosi in particolare alle prime “emergenze” sbarchi di migranti in sud Italia. L’anno dopo, l’(ex) fido dalemiano offre il proprio appoggio nelle primarie per la scelta del segretario del neonato Pd a Walter Veltroni e ottiene l’incarico di segretario regionale in Calabria. Rieletto alla Camera nel 2013, Minniti è nominato sottosegretario della Presidenza del Consiglio da Enrico Letta, con delega ai servizi segreti, incarico confermatogli dal successore Renzi. La guerra a tutto campo contro il “terrorismo islamico” diviene un pallino fisso del capo politico dell’intelligence. Il 1° settembre 2016 a Palazzo Chigi s’insedia un’inedita creatura di Minniti: la “commissione di studio sul fenomeno dell’estremismo jihadista”. Coordinatore il prof. Lorenzo Vidino, docente alla George Washington University (accademia privata che ha forgiato alcuni potenti funzionari del dipartimento di Stato Usa e della CIA), in commissione siedono docenti di atenei italiani, la ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv Benedetta Berti e alcuni noti editorialisti come il direttore di Limes Lucio Caracciolo, Carlo Bonini di Repubblica e Marta Serafini del Corriere della Sera. Nei giorni scorsi Minniti e Gentiloni hanno presentato una prima elaborazione del pool di esperti. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete web dall’altro”, ha spiegato Gentiloni. “Insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga, il governo è impegnato su politiche migratorie che devono coniugare l’attitudine umanitaria con politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri”. Meno diplomatico il neoministro Minniti che ha preferito ai rimpatri la declinazione “espulsione”, preoccupato per il “pericolo crescente” della connection migranti irregolari – terrorismo. Con l’obiettivo di accelerare le espulsioni e rafforzare il controllo militare alla frontiera meridionale, Marco Minniti ha pianificato un tour mediterraneo per incontrare capi di Stato e ministri. I primi di gennaio si è recato a Tunisi e Tripoli per discutere di cooperazione bilaterale contro l’immigrazione clandestina e la “minaccia terroristica”. La missione in Libia, in particolare, segna “l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi”, dicono dal Viminale: Minniti e al Sarraj hanno concordato l’impegno ad affrontare insieme ogni forma di contrabbando e protezione delle frontiere, in particolare al confine meridionale, quello con Ciad e Sudan. Sempre a gennaio Minniti si recherà a Malta e in Egitto. Il governo chiede ai paesi nordafricani e ai partner sub-sahariani (Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) d’implementare i programmi elaborati in ambito Ue per impedire – manu militari – che i migranti provenienti dalle zone più interne del continente raggiungano le coste del Mediterraneo, creando altresì in loco grandi centri-hub di “assistenza e rimpatrio” di chi fugge da guerre e carestie. Alle onerose missioni navali per intercettare i barconi di migranti, il Viminale preferirebbe invece puntare sull’uso di sofisticati apparati d’intelligence, come ad esempio i satelliti militari Cosmo Skymed e i droni, sia quelli spia che armati, “strumenti fondamentali in ogni contesto asimmetrico”.
Per coloro che riusciranno a portare a termine dolorose odissee nel deserto e pericolose traversate in mare, onde “prevenire e reprimere” ogni possibile collegamento tra il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il terrorismo, Marco Minniti prevede un ulteriore giro di vite in termini di indagini, identificazioni e prelievo forzato di impronte digitali, possibilmente anche le schedature informatiche biometriche e del dna. “Dobbiamo ricondurre a unità il duplice problema della minaccia terroristica interna fatta di foreign fighters e potenziali lupi solitari e, dall’altra parte, del contrasto all’Isis attraverso un’efficace gestione dei flussi migratori che ne arricchiscono le finanze”, scrivono i più stretti collaboratori del ministro. Una prima bozza di piano anti-migranti 2017 è stata presentata a fine anno da Minniti e dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Annunciando una “stagione di tolleranza zero”, si punta a raddoppiare in pochi mesi il numero delle espulsioni grazie al coinvolgimento delle forze dell’ordine e degli enti locali. In tutto il territorio nazionale saranno istituiti nuovi centri di identificazione ed espulsione “da 80-100 posti al massimo”, confinanti con porti e aeroporti. “In questi nuovi Cie saranno trattenuti solo gli immigrati irregolari che presentino un profilo di pericolosità sociale, come spacciatori o ladri”, annuncia il Viminale. Rimpatri volontari o assistiti e “lavori socialmente utili” per i sempre meno numerosi migranti “regolari” o quelli legittimati a richiedere l’asilo.
L’ennesima controffensiva in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo trova un suo retroterra ideologico nelle elaborazioni della poco nota ma influente Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), centro studi sui temi d’intelligence costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, ministro dell’Interno negli anni della guerra di Stato al terrorismo rosso e cultore di controverse relazioni con organizzazioni e servizi segreti in ambito nazionale e Nato. La Fondazione ICSA si pone l’obiettivo di analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale e internazionale, all’evoluzione dei modelli di difesa militare, ai principali fenomeni criminali e del terrorismo in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini”, si legge nell’atto istitutivo. Di ICSA, Cossiga è stato presidente onorario sino alla sua scomparsa e Minniti presidente esecutivo sino alla nomina a sottosegretario del governo Renzi, quando è stato sostituito dal gen. Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, comandante della 5^ Forza aerea tattica della Nato, vicecomandante della Forza multinazionale nel conflitto dei Balcani e consigliere militare di ben tre Capi di governo (D’Alema, Amato e Berlusconi).
Vicepresidente della fondazione il prefetto Carlo De Stefano, superesperto in materia di terrorismo, già questore ad Avellino e Firenze, poi responsabile della sicurezza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dal 2001 al 2009 De Stefano è stato capo dell’UCIGOS (l’ufficio per le investigazioni e le operazioni speciali della Polizia che coordina le attività degli uffici Digos) e presidente del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). L’alto funzionario Ps ha pure ricoperto un incarico come sottosegretario all’Interno, presidente del consiglio Mario Monti, ministra Anna Maria Cancellieri.
Della Fondazione ICSA è segretario generale Paolo Naccarato, alto funzionario statale incaricato nel 1994 dal governo di organizzare il vertice G7 di Napoli. Eletto consigliere regionale in Calabria nel 2000 con il listino del presidente Giuseppe Chiaravalloti (Forza Italia) in quota al movimento fondato da Francesco Cossiga, Naccarato ha poi ricoperto l’incarico di presidente della Commissione per le riforme istituzionali della Regione. Nel 2006 è stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Romano Prodi) con delega alle riforme istituzionali e ai rapporti con il Parlamento; qualche anno dopo, Naccarato è tornato alla regione d’origine per ricoprire l’incarico di assessore nella giunta presieduta da Agazio Loiero (Margherita). Dopo una breve parentesi con l’effimera associazione politica di Luca Montezemolo, Italia Futura, nel maggio 2013 Naccarato ha ottenuto il seggio in Senato con la Lega Nord in rappresentanza del movimento dell’ex ministro di centrodestra Giulio Tremonti. Con l’elezione in Parlamento, non si sono concluse le migrazioni politiche del segretario ICSA: ai leghisti è stata preferita prima l’adesione al Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, poi al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, infine ancora il GAL.
Dulcis in fundo compare come vicesegretario della fondazione, il giornalista Giovanni Santilli, già segretario particolare presso la Presidenza del Consiglio (1998-2000) e del ministero della Difesa (2000-2001, sottosegretario Minniti), nonché ex consigliere politico dello stesso Minniti viceministro dell’Interno nel biennio 2006-2008. Insieme alla moglie Renata Parisse, dirigente della nuova Avezzano calcio, Santilli fu indagato dal Pm di Bari Michele Emiliano nell’ambito dell’inchiesta sulla malagestione della missione “Arcobaleno”, l’operazione umanitaria avviata nel 1999 dal governo D’Alema in Albania, Puglia e Sicilia a favore dei rifugiati kosovari. A carico dei due coniugi fu ipotizzata una tentata concussione ai danni di uno dei personaggi centrali dell’inchiesta, titolare di una società impegnata negli “aiuti” alla popolazione kosovara; il procedimento si è concluso però con il proscioglimento degli indagati.
Top secret i nomi degli sponsor della Fondazione ICSA. In un’intervista a L’Huffington Post il presidente gen. Tricarico ha ammesso che gli oneri di funzionamento del centro sfiorano i 250.000 euro all’anno, coperti “grazie a una dozzina di finanziatori istituzionali e privati” con una quota associativa di 20.000 euro. Grazie all’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato in carcere il sindaco Pd di Ischia e i vertici della cooperativa Cpl Concordia (LegaCoop), è stato possibile dare un volto a uno dei finanziatori privati: tra le carte sequestrate alla coop, infatti, sono state rinvenute due donazioni nel biennio 2013-14 per un totale di 40.000 euro.
A contribuire all’organizzazione del convegno ICSA sul terrorismo jihadista, febbraio 2015, ci ha pensato invece il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica (il complesso dei soggetti istituzionali a cui è stata delegata la gestione dell’intelligence dopo la riforma dei servizi segreti) con un contributo finanziario di 12.500 euro più Iva. La connection Viminale-Fondazione si è consolidata nel tempo. Dopo la stipula di una convenzione con il Ministero dell’Interno e Confindustria per realizzare “ricerche e analisi in materia di sicurezza e criminalità”, i vertici di ICSA hanno varato con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza un “Piano di collaborazione scientifica e didattica 2014-2017” per realizzare iniziative di formazione “a beneficio dei soggetti (pubblici e privati) operanti nel settore della security, con particolare riguardo alla protezione delle infrastrutture critiche”. Quello della sicurezza si conferma per tanti uno dei migliori business del XXI secolo.

Inchiesta pubblicata in Left, n, 2, 14 gennaio 2017, https://www.left.it/2017/01/14/questuomo-e-una-sicurezza/.

mercoledì 4 gennaio 2017

La mezza bufala NATO del senatore Domenico Scilipoti

Nei giorni scorsi accreditati organi di stampa e social network hanno dato ampio risalto a una nota a firma del senatore di Forza Italia Domenico Scilipoti su una sua “prestigiosa nomina” a “vice-presidente della commissione Scienze, tecnologie e sicurezza della Nato”, nonché a “membro titolare della rappresentanza parlamentare Nato-Ucraina, che si occupa della delicata situazione nella regione del Donbass, al confine con la Russia”.
Nel glorificarsi di tanti onerosi incarichi, il parlamentare originario di Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore (provincia di Messina) è scivolato in un infelice paragone con il potente ministro degli esteri Gaetano Martino, massone, liberale e iperliberista, artefice del Trattato di Roma del 1957 e di soffocanti alleanze diplomatiche tra l’Italia e i circoli ultraconservatori degli Stati Uniti d’America. “Scilipoti riporta il nome di Messina e della sua provincia a sessant’anni dalla nomina di Gaetano Martino a capo del comitato dei tre saggi, che fu formato anche dai ministri degli esteri della Norvegia e del Canada, affinché redigessero il rapporto sui compiti dell’Alleanza Atlantica”, riportano diverse testate. “Sono orgoglioso di rappresentare l’Italia in un così prestigioso palcoscenico istituzionale, ha commentato Scilipoti. La responsabilità di un incarico internazionale in un momento così delicato per gli equilibri geopolitici mi motiva molto e rende il mio impegno politico ancora più appassionato. Il nostro Paese ha già fatto tanto ma deve poter fare ancora di più nella lotta al terrorismo, portando anzi i valori cristiani a fondamento del dialogo con tutte le parti interessate”.
In verità, stavolta, il parlamentare medico barcellonese e/o tanti e troppi organi di stampa “amici” e smemorati l’hanno sparata grossa. Innanzitutto un gran torto di memoria è stato fatto alla figura dell’ambasciatore messinese Francesco Paolo Fulci, cavaliere d’onore e devozione del Sovrano Militare ordine di Malta e già segretario generale del CESIS (il Comitato dei servizi segreti), che presso il comando NATO di Bruxelles ha ricoperto dal 1985 al 1991 l’incarico di rappresentante diplomatico italiano.
Le nomine vantate da Scilipoti non sono poi di marca NATO, come si potrebbe intendere erroneamente dalla lettura delle note diffuse, ma più esattamente sono ascrivibili all’Assemblea parlamentare della NATO, “punto di raccordo tra le istanze governative che operano in seno all’Alleanza atlantica ed i Parlamenti nazionali dei 28 paesi membri”, come si evince dalla pagina web dell’organismo interparlamentare pro-alleanza.
Domenico Scilipoti è membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO dal 4 luglio 2013 insieme ad altri nove deputati e otto senatori, nominati dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, su designazione dei rispettivi Gruppi parlamentari. Per la cronaca, con Scilipoti fanno parte della delegazione italiana il presidente on. Andrea Manciulli (Pd), i senatori Lorenzo Battista e Franco Panizza (Svp-Psi), Cristina De Pietro (Verdi), Emilio Migliavacca e Vito Vattuone (Pd), Emilio Floris (FI), Luciano Uras (gruppo Misto), Raffaele Volpi (Lega Nord); i deputati Paolo Alli e Andrea Causin (Ncd), Bruno Censore, Andrea Martella e Roberto Morassut (Pd), Luca Frusone (M5S), Michele Piras (SI-Sel) e Valentino Valentini (FI). Nomi quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico e ai media quelli della pattuglia italica presso l’Assemblea parlamentare NATO.
Obiettivi principali del forum internazionale del tutto (auto)rappresentativo sono “favorire il dialogo parlamentare sulle principali tematiche della sicurezza; facilitare la consapevolezza e la comprensione, a livello parlamentare, delle questioni chiave dell’Alleanza in materia di sicurezza; rafforzare le relazioni transatlantiche”. “Dal 1989 si sono andati aggiungendo alcuni nuovi e decisivi obiettivi”, spiega l’ufficio stampa dell’Assemblea parlamentare. “Assistere lo sviluppo della democrazia parlamentare nell’area euroatlantica, attraverso l’integrazione dei parlamentari dei paesi non membri nei lavori dell’Assemblea; assistere da vicino i Parlamenti che desiderano aderire all’Alleanza; incrementare la cooperazione con i paesi che, pur non volendo aderire all’Alleanza, sono comunque interessati a creare dei legami stabili con essa (fra questi i paesi del Caucaso e della regione mediterranea o del Golfo); promuovere lo sviluppo dei meccanismi parlamentari e delle procedure necessarie a realizzare un efficace controllo democratico sulle forze armate”.
Le attività dell’Assemblea si articolano in cinque Commissioni: Dimensione civile della sicurezza, Difesa e sicurezza, Economica e sicurezza, Politica, Scienza e Tecnologia (di quest’ultima è divenuto vice-presidente il sen. Scilipoti). L’Assemblea NATO si riunisce in sede plenaria solo due volte l’anno, generalmente a maggio e in autunno, tra ottobre e novembre, per adottare raccomandazioni, risoluzioni, pareri e direttive da trasmettere poi ai Governi, ai Parlamenti nazionali e al Segretario Generale della NATO. Il costo dell’assise filo-atlantica è imponente: circa 3,8 milioni di euro all’anno, erogati direttamente dai parlamenti o dai governi nazionali secondo quote proporzionali a quelle della partecipazione di ciascun paese al bilancio civile dell’Alleanza Atlantica. L’Italia contribuisce annualmente alla vita dell’Assemblea parlamentare con quasi 350.000 euro, a cui si aggiungono le spese per gli eventi e le riunioni delle commissioni ospitate nel nostro paese e il pagamento di tutte le “missioni” dei parlamentari italiani all’estero. Non servirà certamente a nulla il Parlamentino internazionale filo-NATO ma perlomeno dà lustro e vacanze a qualche mediocre politico nostrano.